Eliminazione sistematica dei calcinati da infiltrazioni saline: strategie di stagionatura ottimale e interventi mirati per calcestruzzo armato

La formazione dei calcinati da infiltrazioni saline nel calcestruzzo armato rappresenta una delle criticità più complesse nell’ingegneria dei materiali da costruzione, soprattutto in ambienti aggressivi come quelli marini o costieri. La penetrazione di cloruri e carbonati, innescata da cicli ripetuti di bagnatura-asciugatura e da differenze di potenziale elettrochimico tra l’armatura e la matrice, genera reazioni di alterazione che compromettono la durabilità strutturale. Questo approfondimento, esplorato con il livello di dettaglio tipico del Tier 2, analizza le fasi operative precise per prevenire e rimuovere i calcinati, con enfasi su parametri igrometrici e termici, tecniche di diagnosi avanzata e interventi mirati, sostenuti da metodologie testate su strutture storiche e moderne.


1. Fondamenti della formazione dei calcinati: meccanismi chimico-fisici alla base del degrado

La penetrazione di ioni cloruro e carbonato nel calcestruzzo avviene attraverso microfessure e porosità residua, dove reazioni chimiche alterano la matrice cementizia. Il cloruro, una volta raggiunta la soglia di corrosione (tipicamente >1000 ppm), innesca la corrosione dell’acciaio, con produzione di idrossidi che provocano un aumento di volume (fase di espansione) seguito da ritiro localizzato e microfessurazione (Figura 1). Il carbonato penetra parallelamente, generando un degrado alcalino che, in presenza di cloruri, accelera la dissoluzione dell’idrossido di calcio e la destabilizzazione delle trabecole cementizie.

Meccanismo di penetrazione di ioni cloruro nel calcestruzzo armato

Dati tecnici chiave: Diffusività del cloruro in calcestruzzo fresco: ~2×10–12 m²/s a 28 giorni; profondità critica di corrosione inizia a 2-3 m dalla superficie esposta.

Il potenziale elettrochimico tra armatura (tipicamente in acciaio con EFe ~ -0.44 V vs. SHE) e matrice esposta genera gradienti di corrente che accelerano la migrazione degli ioni cloruro e la migrazione dei cationi idrossido, con effetti cumulativi che intensificano la degradazione. Questo fenomeno è particolarmente critico in presenza di cicli bagnatura-asciugatura, dove l’alternanza di umidità favorisce la cristallizzazione di sali (es. cloruro di sodio) nei pori, inducendo tensioni di contrazione localizzate e propagazione delle microfessure.

“La differenza di potenziale è il motore silenzioso della corrosione: ogni centinaio di millivolt in più aumenta esponenzialmente il tasso di formazione di cloruri interni” – F. R. Bianchi, 2023


2. Strategie avanzate di stagionatura per prevenire i calcinati: controllo igrometrico e termico

La fase critica post-cementazione è la prima 72 ore, durante le quali un regime igrometrico controllato tra l’85% e il 95% di umidità relativa è imprescindibile per limitare l’idratazione eccessiva e prevenire la formazione di gradienti termici che inducono fessurazioni per contrazione. Questo intervallo ottimale favorisce la formazione di una matrice idraulica stabile e densa, riducendo la diffusività degli ioni aggressivi.

Fase 1: Regime igrometrico controllato
– Installare sensori wireless (es. capacitivi, tipo DHT-22 o sensori professionali LoRa) integrati nel getto, posizionati a 10 cm di profondità.
– Mantenere temperatura costante tra 20-25°C e umidità tra 85-95% mediante umidificatori a nebbia fredda o sistemi a membrana
– Monitorare in tempo reale con dashboard cloud (es. ThingsBoard o piattaforme IoT dedicate) per registrare deviazioni
– Esempio operativo: su una struttura a Genova, il controllo ha evitato picchi di umidità superiori al 98% che avrebbero causato gelo interno e microfessurazioni.

Fase 2: Controllo termico passivo e ventilazione regolata
– Isolamento termico con pannelli in lana di roccia o schiume a cellule chiuse, con spessori calcolati per limitare gradienti <5°C/m
– Ventilazione forzata a basso flusso (0.5-1.5 cfm) in zone esposte a irraggiamento diretto, per evitare accumulo di calore e condensazione superficiale
– Utilizzo di materiali a cambiamento di fase (PCM) nelle fasi finali per stabilizzare la temperatura interna.

Fase 3: Cicli di deumidificazione programmata
– Intervalli di 2-4 ore di asciugatura controllata (30-60 min) con deumidificatori a condensazione, seguiti da 1-2 ore di umidificazione mirata per favorire la cristallizzazione stabile dei carbonati
– Misurare la conducibilità elettrica residua post-deumidificazione: obiettivo <1.2 mS/cm per indicare matrice ripristinata


3. Diagnosi avanzata: metodi microcampionari e imaging per mappare il degrado

Per una valutazione precisa del rischio calcinato, è essenziale superare le analisi superficiali con tecniche in grado di quantificare la profondità e la densità delle zone alterate. Il Tier 2 evidenzia l’importanza di metodi non distruttivi integrati con analisi di laboratorio mirate.

Analisi microcampionaria e FTIR per caratterizzazione chimica

Metodo A: Microcampionamento e FTIR quantitativa
– Prelevare campioni cilindrici (diametro 15 mm, profondità 2 mm) con percottitore a basso impatto
– Eseguire estrazione solvente (acetone/diclorometano) e analisi FTIR in modo standardizzato (fase di asciugatura 12h, temperatura 40°C)
– Identificare picchi caratteristici di cloruro (C–Cl ~850-870 cm−1) e carbonato (CO3 ~1400-1450 cm−1) con curva di calibrazione su campioni di riferimento

Metodo B: Imaging a raggi X quantitativo (QCT) standardizzato
– Utilizzo di sorgente a raggi X microfocus e rivelatore a scintillazione per acquisire profili 3D della densità volumetrica
– Software di elaborazione (es. ImageJ + plugin QCT) calcola la frazione volumetrica di fase calcina (Δρ) con soglia di -15% rispetto alla matrice
– Mappatura automatizzata in planimetrie rappresentative di zone critiche

Metodo C: Sonda a conduzione elettrica (EC probe) con correlazione di conducibilità ionica
– Inserimento di sonda a 4 elettrodi (spaziatura 2 cm) per misurare conducibilità in <10 mΩ/cm²
– Confronto con dati di laboratorio: un valore > 1.5 mS/cm indica degrado superficiale con probabilità >90%


4. Interventi mirati per la rimozione dei calcinati: ablazione selettiva e trattamenti chimici

Una volta confermata la presenza di calcinati tramite diagnosi avanzata, l’intervento deve essere preciso, mirato e minimamente invasivo per preservare la matrice cementizia. Il Tier 2 raccomanda un approccio a fasi, integrando tecnologie CNC, chimica controllata e trattamenti di barriera.

Ablazione meccanica selettiva con fresa diamante CNC
– Scansione laser 3D (risoluzione 0.5 mm) per mappare la geometria e la profondità dei calcinati
– Fresa a diamante a passata fine (diametro 0.8 mm, velocità 1200 gir/min) guidata da CN

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